Risarcimento dei danni per infezione contratta in ospedale

Sapevi che hai diritto al risarcimento dei danni per infezione contratta in ospedale se ti ha causato lesioni fisiche o ripercussioni negative in ambito lavorativo e/o familiare?

Cause Sanitarie - Avv. D'Andrea Grafico Percentuale Infezioni
Grafico delle percentuali di infezioni ospedaliere

Il problema delle infezioni ospedaliere, che a prima vista sembrerebbe essere un problema banale, è invece un problema grave e particolarmente delicato nella prospettiva del paziente perché può essere fonte di: malattia aggiuntiva, lesioni fisiche permanenti, dolore, sofferenza, prolungamento dell’ospedalizzazione, con tutti i problemi e i disagi ad esso correlati, pericolo di mortalità, disabilità o handicap, che possono incidere negativamente sul lavoro, sulla famiglia, sulla qualità della vita.

Ma partiamo dal principio e chiariamo cosa si deve intendere con l’espressione “infezione contratta in ospedale”.

È da considerarsi tale l’infezione che il paziente contrae in ospedale durante il ricovero e che non era presente, nemmeno in fase di incubazione, al momento del suo ingresso nella struttura sanitaria. Le infezioni che si manifestano più di 48 ore dopo l’ingresso in ospedale sono solitamente considerate infezioni ospedaliere.

Le ultime stime dell’Istituto Superiore di Sanità ci dicono che in Italia circa 500mila pazienti ricoverati l’anno contraggono un’infezione in ospedale e il 3% di questi pazienti infettati addirittura ne muore.

Sempre statisticamente, sembra che le infezioni contratte in ospedale si localizzano principalmente in quattro aree: tratto urinario, ferite chirurgiche, tratto respiratorio e setticemie.

I fattori maggiormente rilevanti che vengono associati alle infezioni ospedaliere sono:

  • quelli legati al paziente (immunodeficienze, leucemie e linfomi, diabete mellito, insufficienza renale cronica, alcoolismo, tossicodipendenze, obesità, ustioni estese e politraumi: le fasce di età al di sotto dei 10 anni ed oltre i 65 anni sono quelle maggiormente colpite dalle infezioni ospedaliere);
  • quelli legati alle procedure assistenziali (trattamento con immunosoppressori, terapia antibiotica, procedure invasive a scopo diagnostico o terapeutico: interventi chirurgici, tubi endotracheali, respiratori artificiali, cateteri urinari e venosi);
  • quelli legati alle caratteristiche organizzative (durata della degenza, carenza di personale alta densità di malati, operazioni svolte in preparazione preoperatoria).

Un dato molto interessante, anche ai fini di un giudizio di risarcimento dei danni, e che oggi si ritiene condiviso a livello internazionale è quello secondo cui il 30% delle infezioni ospedaliere sarebbe prevenibile se fossero attuate correttamente le fasi di prevenzione, controllo e gestione del fenomeno.

Infatti, uno studio condotto negli Stati Uniti, lo Study on the Efficacy of Nosocomial Infection Control (SENIC), ha dimostrato che laddove fossero adottati programmi efficaci (un sistema di sorveglianza; una infermiera addetta al controllo delle infezioni ogni 250 posti letto; un medico epidemiologo addetto; rapporti periodici per i chirurghi sul loro tasso di infezioni) si potrebbero prevenire fino al 32% delle infezioni ospedaliere globalmente considerate.

L’igiene delle mani degli operatori sanitari è da sempre considerata la principale misura per ridurre le infezioni. La pratica del lavaggio frequente delle mani da parte degli operatori sanitari è una pratica tanto banale quanto efficace, pensa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, considerata la sua importanza, ha elaborato delle apposite linee guida sull’igiene delle mani nell’assistenza sanitaria.

Ora che ti ho fatto questa rapida panoramica sulle infezioni ospedaliere, è arrivato il momento di parlarti di come puoi ottenere il giusto risarcimento dei danni per infezione contratta in ospedale.

A tal proposito deve darsi conto sia della normativa nazionale – il Ministero della Salute italiano ha elaborato due circolari in tema di lotta contro le infezioni ospedaliere: la n. 52 del 1985 (istitutiva dell’organo denominato Comitato per il Controllo delle Infezioni Ospedaliere – CIO) e la n. 8 del 1988 (in cui viene riportata la metodologia per la definizione e la diagnosi delle infezioni ospedaliere più comuni, nonché vengono delineati specifici sistemi di sorveglianza da adottare) – sia degli obiettivi previsti dai Piani Sanitari Nazionali, nonché delle particolari esperienze regionali (per il Lazio vedi le  “Linee di indirizzo regionali per la stesura del piano di risk management (parm): gestione del rischio clinico e delle infezioni correlate all’assistenza”).

Ciò che ti interessa sapere è che, tra gli obblighi che la struttura sanitaria ha nei confronti del paziente non c’è solo la prestazione di fornire le cure in vista della guarigione, ma anche quella di garantire l’utilizzo di locali e strumenti idonei sotto il profilo igienico per evitare che il paziente possa essere esposto a batteri infettivi.

In base ai principi che regolano lo specifico settore della responsabilità sanitaria, al fine di ottenere il risarcimento dei danni per infezione contratta in ospedale, quello che devi sapere è che devi dare la prova:

  • di essere stato ricoverato nella struttura sanitaria (prova che sarà facilmente data mediante la cartella clinica);
  • di aver avuto un aggravamento della patologia di ingresso oppure di averne contratta una nuova in conseguenza dell’infezione presa (per dare questa prova avrai bisogno di ottenere una consulenza medica specialistica).

La questione che, tramite la consulenza medica specialistica, devi, inoltre, risolvere prima di intraprendere una causa per risarcimento dei danni per infezione contratta in ospedale è la seguente: l’infezione contratta era prevedibile e anche prevenibile (oppure rientra in quella percentuale di casi che la scienza medica ritiene essere eventi che possono sfuggire ai controlli di sicurezza)?

Se la risposta è affermativa e la struttura sanitaria non è in grado di provare di aver fatto tutto quanto la scienza del settore ha elaborato per evitare o quanto meno ridurre al massimo il rischio di contaminazione, allora di certo avrai la possibilità di ottenere un giusto risarcimento dei danni subiti.

Infatti, la struttura sanitaria per non incorrere in responsabilità dovrà dare la prova documentale di avere posto in essere ogni cautela e precauzione funzionale, strutturale e di metodo, al fine di realizzare e mantenere costante un’ottimale sanificazione della struttura, dei locali, degli ambienti, dei mezzi e del personale addetto; dovrà anche, a seconda dei casi, dare la prova di aver eseguito a beneficio del paziente una corretta profilassi antibiotica.

Quindi, se sei stato vittima di un contagio infettivo in ospedale che ti ha causato sia danni fisici, sia ripercussioni negative in ambito lavorativo e/o familiare, allora pensa seriamente al fatto di poter essere risarcito, CHIAMAMI ORA per una VALUTAZIONE GRATUITA del tuo caso…

Consenso Informato: quello che devi sapere

Se ti sei sottoposto ad un trattamento sanitario allora hai già avuto a che fare con il modulo di consenso informato. Quel modulo cioè con il quale tu autorizzi l’ente sanitario o il medico ad eseguire un trattamento sanitario sulla tua persona.

Quello che vorrei portare alla tua attenzione è che la firma di tale modulo, apparentemente di scarso rilievo, è invero un passaggio molto delicato.

Infatti, la violazione da parte della struttura sanitaria o di un medico rispetto all’obbligo  di una corretta informazione in vista dell’acquisizione del consenso al trattamento sanitario può configurare un danno risarcibile in via autonoma in quanto lesione del diritto all’autodeterminazione, anche cioè se non vi è stata una vera e propria lesione fisica derivante dal trattamento.

L’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce dunque prestazione altra e diversa da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza.

Il consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario: in sua mancanza l’intervento del medico è illecito, anche quando è praticato nell’interesse del paziente.

Il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona all’espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e quindi alla libera e consapevole autodeterminazione del paziente.

La Suprema Corte di Cassazione ha affermato che la corretta e precisa informazione non è soltanto un “dovere contrattuale” tra medico e paziente ma è un vero e proprio elemento imprescindibile per la validità del consenso stesso e costituisce anche “un elemento costitutivo della protezione del paziente con rilievo costituzionale”.

Il consenso informato si fonda, dunque, su diritti costituzionalmente garantiti, quali l’autodeterminazione e il diritto alla salute.

Ma in concreto, ti starai chiedendo, cosa dovrebbero comunicarmi e in che modo?

Ebbene, l’informazione dovrebbe riguardare:

  • la natura del trattamento sanitario a cui sarà sottoposto il paziente;
  • i rischi connessi al trattamento;
  • i benefici auspicati;
  • le possibilità che il trattamento lasci invariata la situazione;
  • le terapie alternative;
  • le strutture sanitarie migliori per quel tipo di trattamento.

L’informazione deve sostanziarsi in spiegazioni dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone.

Un modulo di consenso troppo ricco di informazioni oppure troppo scarno e generico equivale ad una mancata informazione!

Il consiglio che posso dare è quindi di richiedere, prima di ogni trattamento sanitario, tutte le informazioni che ti ho elencato sopra e pretendere una risposta chiara che ti possa mettere in condizione di fare una scelta consapevole.

Se invece ti sei già sottoposto ad un trattamento sanitario, il modulo di consenso lo troverai allegato alla cartella clinica. Guarda bene e cerca di capire se contiene tutti gli elementi che ti ho elencato e ricorda se ti è stato spiegato tutto a voce oppure ti hanno messo quel foglio davanti chiedendoti di firmarlo e basta….

Se ti è venuto il dubbio che il tuo consenso sia stato acquisito senza una corretta informazione; se non ti saresti sottoposto ad un trattamento se avessi saputo tutto quanto c’era da sapere, allora forse hai diritto ad essere risarcito!

Questo è il momento giusto per contattarmi ed avere la tua consulenza GRATUITA!!!

A presto

La complicanza nell’intervento medico

Quando l’intervento terapeutico non riesce, può accadere che i medici si giustificano sostenendo che è sopraggiunta una “complicanza” imprevedibile. Ma è sempre vero? Ciò vale a giustificarli e a far si che non siano responsabili?

Devo preannunciarti che questo sarà un articolo un po’ complesso perché si tratta di questioni piuttosto tecniche, ma sono sicuro che ti sarà utile per comprendere quando le giustificazioni che ti vengono fornite sono in realtà infondate.

Cominciamo col dire che il termine “complicanza”, in gergo medico, fa solitamente riferimento ad un evento dannoso, insorto nel corso dell’iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe però evitabile. Questo è vero in ambito medico.

Ma devi sapere che in ambito giuridico, invece, il concetto di complicanza è irrilevante!

La struttura sanitaria o il medico citati in un giudizio di responsabilità non possono giustificarsi limitandosi a dire che l’evento dannoso per il paziente sia dovuto ad una complicanza astrattamente prevista dalla statistica sanitaria.

Quando, infatti, nel corso dell’esecuzione di un intervento o dopo la conclusione di esso si verifica un peggioramento delle condizioni del paziente, possono esserci solo due alternative:

  • tale peggioramento era prevedibile ed evitabile: in tal caso la struttura sanitaria e/o il medico saranno imputabili (anche se la statistica clinica contempla tale evenienza in linea teorica tra le “complicanze”);
  • tale peggioramento non era prevedibile oppure non era evitabile: in tal caso la struttura sanitaria e/o il medico non saranno imputabili (anche se la statistica clinica non contempla tale evenienza tra le “complicanze”).

Al diritto non interessa se l’evento dannoso rientra o no nella classificazione clinica delle complicanze. Al diritto interessa solo se quell’evento possa rappresentare una “causa non imputabile” per la struttura sanitaria e/o per il medico, se cioè quell’evento possa mandare esente da responsabilità struttura sanitaria e/o medico.

Quindi, la circostanza che un evento dannoso indesiderato sia qualificato dalla clinica come “complicanza” non basta a farne di per sé una “causa non imputabile”. All’opposto, eventi non qualificabili come complicanze possono teoricamente costituire casi fortuiti che escludono la colpa del medico.

Queste precisazioni hanno importanti conseguenze anche sotto il profilo della prova da fornire al Giudice.

Infatti, nei giudizi di responsabilità tra paziente e medico:

  • se la struttura sanitaria e/o il medico riescono a dimostrare di avere tenuto una condotta conforme alle regole dell’arte medica, allora non saranno considerati responsabili, a nulla rilevando che il danno patito dal paziente rientra o meno nella categoria delle “complicanze” (ecco perché ti ho detto poco prima che il concetto di complicanza è irrilevante per il diritto!);
  • se, al contrario, la struttura sanitaria e/o il medico non riescono a fornire quella prova, allora sarà irrilevante la circostanza che l’evento di danno possa essere, in astratto, imprevedibile ed inevitabile, giacché quel che rileva è se l’evento di danno era prevedibile ed evitabile nel caso concreto.

In conclusione, ORA sei divenuto consapevole sul fatto che nel caso in cui ti venga detto che la mancata riuscita dell’intervento sia dipesa da una “complicanza” sopravvenuta devi fare ATTENZIONE: potrebbe non essere proprio così e comunque una complicanza in quanto tale è irrilevante ai fini dell’attribuzione della responsabilità.

È chiaro che, a meno che tu non sia un medico specializzato nel ramo della medicina che ti interessa, non puoi sapere se ciò che ti hanno detto corrisponde a verità. Hai bisogno di un parere oggettivo da un tecnico della materia.

Quindi, se pensi di aver subito un danno e non sei convinto delle giustificazioni che ti hanno dato allora contattami subito e capirai una volta per tutte cosa è successo davvero!

La valutazione del tuo caso è GRATUITA. E se ci sono i presupposti per svolgere una richiesta risarcitoria allora anche l’eventuale giudizio sarà per te SENZA COSTI E ANTICIPI!!!

A presto.

Diagnosi errata, omessa o ritardata e risarcimento del danno

Se la diagnosi della tua malattia è stata errata, omessa o ritardata e ciò ha comportato un aggravamento delle tue condizioni di salute e un peggioramento della qualità della tua vita, allora hai diritto ad un giusto risarcimento.

Teoricamente fare una diagnosi medica è un’operazione strutturata in modo semplice: si comincia con la raccolta delle informazioni dal paziente, si prosegue con l’identificazione dei sintomi e delle cause della malattia che si sta cercando di individuare e si conclude con la vera e propria diagnosi, cioè l’individuazione della malattia precisa.

All’atto pratico, però, può risultare un’operazione complessa. Nella realtà dei casi clinici, infatti, i sintomi che i pazienti riferiscono sono generalmente pochi e generici e proprio per questo possono corrispondere a molte malattie. Inoltre, la riuscita dell’operazione può essere condizionata da diverse situazioni: si pensi al caso in cui il paziente presenta pochissimi sintomi; quando non riferisce un sintomo invece importante; quando ha poco prima assunto un farmaco che falsa il quadro clinico; quando il paziente non è conosciuto personalmente dal medico che deve porre la diagnosi e che ne conosce quindi la storia clinica; quando si interviene in urgenza o emergenza.

Se è vero che in alcuni casi fare una diagnosi è, dunque, un’operazione complessa, ciò non giustifica i sanitari che omettono, ritardano oppure sbagliano la diagnosi.

Ma come dovrebbe fare il medico per porre una diagnosi corretta, individuare cioè la malattia che affligge il paziente?

Permettimi un paragone…. Hai presente quel vecchio gioco da tavolo che facevano i bambini chiamato “Indovina chi?”.

Si giocava in due, uno contro l’altro, ciascuno dei giocatori aveva una specie di tabella con 24 figurine rappresentanti delle persone con determinate caratteristiche fisiche. Poi entrambi i giocatori sceglievano una figurina senza farla vedere all’avversario. Lo scopo del gioco era quello di indovinare la figurina posseduta dall’avversario, andando per esclusione, facendo domande tali da eliminare i personaggi che non possedevano le caratteristiche fisiche domandate.

Ebbene – senza banalizzare un’operazione che come si è detto è molto complessa e delicata e con il massimo rispetto per il delicato lavoro di questa categoria professionale – l’operazione che fa il medico è la stessa. Il medico per giungere ad una corretta individuazione della malattia procederà per esclusione, partendo dall’esame diretto sul paziente e disponendo i necessari approfondimenti diagnostici strumentali: analisi di laboratorio o immagini diagnostiche.

Con i dati raccolti egli potrà eliminare via via le ipotesi alternative che inizialmente può aver formulato finché non rimarrà solo una diagnosi: quella che, si spera, sia quella giusta! Questa operazione viene definita diagnosi differenziale.

Il medico potrà interrompere l’indagine su una patologia alternativa quando avrà raggiunto la certezza che la patologia medesima possa essere esclusa (cfr. Cass. Pen., n. 13076/2010) in base alle conoscenze dell’arte medica esigibili dal medico (cfr. Cass. Pen., n. 6215/2009).

Ma perché ti sto dicendo tutte queste cose sull’operazione diagnostica?

Perché devi considerare che la diagnosi non è un’operazione e un risultato fine a sé stesso, ma è a sua volta finalizzata ad una terapia idonea alla cura del paziente. Le terapie possono essere farmacologiche, chirurgiche, preventive, supportive, riabilitative e palliative.

È evidente che se vi è stato a monte una omissione, un ritardo o un errore diagnostico, allora è ben possibile che la terapia prescritta possa essere inutile o addirittura dannosa per il paziente.

I casi di responsabilità medica e sanitaria, in relazione all’operazione diagnostica, possono quindi essere riassunti nelle seguenti ipotesi:

  • casi di diagnosi omessa (in cui la patologia non viene proprio individuata o comunque non viene esplicitata);
  • casi di diagnosi errata (in cui la diagnosi viene espressa ma è errata) e
  • casi di diagnosi ritardata (in cui la diagnosi corretta viene posta ma in grave ritardo).

In tutti questi casi (es. non sono stati riconosciuti i sintomi di una malattia, non è stato effettuato il necessario approfondimento diagnostico, mediante esami, che il caso avrebbe richiesto, i dati degli esami acquisiti non vengono interpretati correttamente) i sanitari potrebbero non aver posto in diagnosi differenziale la malattia che costituiva la causa del quadro clinico e quindi la diagnosi corretta è sfuggita. E in questo consiste la colpa del medico.

Un’ultima riflessione.

Le ipotesi in cui l’omessa o tardiva diagnosi sono più diffuse riguardano, purtroppo, le malattie tumorali.

In tali ipotesi la Suprema Corte di Cassazione ha più volte stabilito che in caso di omissione o grave ritardo della diagnosi di una malattia terminale deve essere risarcita al paziente (oppure ai suoi familiari in caso di morte) la perdita della chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (cfr. Cass. Civ., n. 23846/2008; n. 16014/2009; n. 7195/2014) oppure, ancora, la perdita della possibilità di scegliere “cosa fare” per fruire della salute residua fino all’esito infausto.

Se pensi di aver subito un danno per colpa di una diagnosi omessa, ritardata oppure sbagliata, allora contattami per una valutazione gratuita del tuo caso e se scopri di aver diritto ad un risarcimento la procedura di risarcimento è senza costi e senza anticipi!

A presto

Danni da procreazione e danni da nascita indesiderata

Oggi voglio parlarti dei “danni da procreazione” e dei “danni da nascita indesiderata”, cioè quei danni legati alla gravidanza e alla nascita di un bambino.

In questi giorni, infatti, ho ricevuto diverse domande a tal proposito, per cui ho pensato di preparare un breve schema riassuntivo con pressoché tutti i casi che possono verificarsi.

Così potrai renderti conto se, in qualche modo, tu o il tuo bambino avete diritto ad un risarcimento dei danni.

Innanzitutto, diciamo che con l’espressione “danni da procreazione” si intendono quei danni subiti dai genitori e/o dal neonato in un momento precedente il parto oppure il giorno del parto stesso. Con l’espressione “danni da nascita indesiderata” si intendono invece quei danni derivanti dalla nascita di un figlio, avvenuta contro oppure oltre la volontà dei genitori.

Cosa vuol dire tutto ciò praticamente? Eccoti una rapida casistica:

  • la madre potrebbe avere subito lesioni a causa di condotte non diligenti dei sanitari durante il parto (es. intervento cesareo mal eseguito) oppure anche successivamente (es. infezioni contratte in ospedale);
  • il bambino avrebbe dovuto nascere sano però, a causa di condotte non diligenti dei sanitari, potrebbe aver subito lesioni prima, durante e dopo il parto, ma potrebbe averle subite anche per eventi antecedenti o concomitanti con il concepimento (es. somministrazione di farmaci dannosi);
  • il bambino potrebbe nascere non sano perché affetto da malformazioni o malattie genetiche che avrebbe avuto in ogni caso a prescindere dall’operato dei sanitari, ma la cui nascita, se i sanitari avessero fatto i dovuti controlli o avessero dato le giuste informazioni, avrebbe potuto essere evitata ricorrendo all’interruzione volontaria della gravidanza secondo la Legge n° 194/1978;
  • il bambino potrebbe nascere non sano perché affetto da malformazioni o malattie genetiche che avrebbe avuto in ogni caso a prescindere dall’operato dei sanitari, ma il suo concepimento iniziale avrebbe potuto essere evitato ricorrendo all’uso di contraccettivi se i sanitari avessero fatto i dovuti controlli o avessero dato le giuste informazioni riguardo alla possibilità che il feto potesse contrarre delle malattie. In questi casi rientrano anche le ipotesi in cui la gravidanza non era voluta ed è stata conseguenza di un errato intervento di sterilizzazione volontaria da parte di uno dei genitori oppure di un errato intervento di interruzione volontaria della gravidanza;
  • il bambino potrebbe nascere sano tuttavia tale nascita non era programmata o voluta dai genitori ed è stata conseguenza di un errato intervento di sterilizzazione volontaria da parte di uno dei genitori;
  • il bambino potrebbe morire a causa di condotte colpevoli o comunque non diligenti dei sanitari (es. omissione nei controlli del battito cardiaco per un tempo prolungato e asfissia del feto).

A seconda delle diversi ipotesi di danno che ti ho mostrato, potrà essere ottenuto il risarcimento dai genitori e/o dal neonato e/o da fratelli e sorelle del neonato.

Se ti rivedi in una di queste situazioni, allora potresti avere diritto al risarcimento dei danni!
Pensi di aver subito danni legati alla gravidanza? Scoprilo ora con una consulenza GRATUITA!

A presto

Entro quanto tempo si può ottenere il risarcimento dei danni?

In questo articolo voglio parlarti della prescrizione del diritto al risarcimento dei danni in ambito di responsabilità sanitaria e medica. Prendo spunto dalle domande che mi sono state poste da alcuni lettori per chiarire quale è la tempistica entro cui è possibile avanzare una richiesta di risarcimento.

A tal fine, devo prima introdurti il concetto di prescrizione.

La prescrizione è un istituto giuridico che fa riferimento al trascorre del tempo.
In pratica vuol dire che, se il titolare di un diritto (es. quello al risarcimento del danno subito) non si attiva entro un certo tempo, determinato dalla legge, allora perde per sempre la possibilità di vedere il suo diritto tutelato. La legge, infatti, valorizza due circostanze:

  • il disinteresse / l’inerzia del titolare del diritto;
  • il fatto che, trascorso un determinato lasso di tempo, i rapporti giuridici non possono rimanere incerti.

Nell’ambito specifico della responsabilità sanitaria e medica, bisogna anche tenere a mente che la recente Legge “Balduzzi” (Legge n. 189/2012) ha introdotto alcuni cambiamenti i cui effetti si ripercuotono anche sui termini di durata della prescrizione.

Questi cambiamenti sono stati oggetto di diverse interpretazioni per il fatto che la legge è stata scritta piuttosto male.
E siccome mi piace essere prudente e non dare false aspettative alle persone, io preferisco aderire all’interpretazione più prudente che è stata data alle norme (quella fatta propria dal Tribunale di Milano), che ti dirò a breve.

Ecco, quindi, come si “calcola” la prescrizione del diritto al risarcimento dei danni in ambito di responsabilità sanitaria e medica.

1. Prescrizione di 10 anni

Il rapporto che si instaura tra paziente e struttura ospedaliera (pubblica o privata) oppure tra paziente e medico privato è considerato di tipo contrattuale.
Perciò, in tali ambiti, ai sensi dell’art. 2946 codice civile, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno ha durata di 10 anni.

Sono sicuro che ti starai chiedendo: “ok, ho capito, se ho subito un danno all’interno di un ospedale oppure di una clinica oppure ancora di uno studio medico privato ho 10 anni di tempo per fare richiesta di risarcimento. Ma da quando comincio a calcolare questo termine?”

Eh, buona domanda.

La legge ci dice che “la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere” (art. 2935 codice civile).

Nella maggior parte dei casi, il collegamento tra il fatto (diagnosi, terapia, intervento etc.) e l’evento dannoso è evidente, noto e conoscibile fin dal suo primo manifestarsi. In questi casi, nessun problema, da quando avrò una prima certificazione della nuova patologia oppure dell’aggravamento di una situazione preesistente, da quel momento cominceranno a decorrere i tempi della prescrizione.

Il problema si pone con riferimento alle patologie definite “lungolatenti” (es. infezioni contratte in ospedale per contagio da trasfusioni di sangue infetto), patologie cioè che impiegano anche diversi anni per manifestarsi.

In questi casi la Corte di Cassazione ha stabilito il seguente principio: l’individuazione del momento iniziale del decorso del termine di prescrizione nei casi di patologia lungolatente non coincide con la semplice conoscibilità soggettiva da parte del danneggiato, ma deve essere saldamente ancorato a due parametri obiettivi e cioè all’ordinaria diligenza con la quale il danneggiato ha avuto o avrebbe potuto avere la conoscibilità della patologia ed al livello delle conoscenze scientifiche dell’epoca che lo avrebbero posto in condizione di risalire alla causa della patologia.

C’è infine da valutare l’ipotesi in cui siano i familiari a fare richiesta dei danni propri e “riflessi” subiti per la lesione oppure per la morte che ha colpito il familiare.

Anche il diritto al risarcimento che i familiari possono ottenere si colloca nell’ambito della responsabilità contrattuale e, pertanto, è soggetto alla prescrizione di 10 anni.

2. Prescrizione di 5 anni

In base ad una interpretazione prudente della Legge “Balduzzi”, qualora un paziente abbia subito un danno all’interno di una struttura ospedaliera e voglia fare richiesta di risarcimento ad un medico o sanitario in particolare, allora il termine di prescrizione sarà di 5 anni (art. 2947 codice civile). In questo caso, infatti, si ritiene che il rapporto tra paziente e medico oppure sanitario che ha provocato il danno NON è inquadrabile nell’ambito di un rapporto contrattuale, bensì extra-contrattuale.

 

Suggerimenti pratici

Interrompi la prescrizione!

Ai sensi dell’art. 2945, comma primo, codice civile, attraverso un atto interruttivo inizia un nuovo periodo di prescrizione, ciò vuol dire guadagnare nuovamente tempo: altri 10 oppure altri 5 anni a seconda dei casi che ti ho mostrato.

Cosa si intende per atto interruttivo?

Basta una semplice lettera raccomandata a/r con la richiesta dei danni, motivata brevemente con le ragioni per cui si richiedono tali danni e, se proprio vuoi esagerare, con la dicitura che “la lettera viene inviata anche ai fini di interrompere la prescrizione”.

Ora che hai capito quanto tempo hai a disposizione ed ora che hai capito che puoi trovare il giusto risarcimento anche per quello che ti è successo anni fa, non aspettare oltre, non rimandare ancora, il tempo passa e con il passare del tempo passano anche le occasioni.

Cogli l’occasione, puoi contattarmi ORA per avere una consulenza GRATUITA per scoprire se hai diritto ad un risarcimento!

Alla prossima

Velocizzare il risarcimento danni: il Procedimento sommario di cognizione

In questo articolo ti parlerò del secondo strumento processuale che può velocizzare il tuo risarcimento dei danni: il Procedimento sommario di cognizione.

Introdotto dal Legislatore nel 2009, mediante l’inserimento nel codice di procedura civile degli articoli 702-bis702-ter e 702-quater, questo procedimento speciale, come dice anche il nome, è caratterizzato dalla “sommarietà”, dal fatto cioè di essere più snello e semplificato rispetto al normale processo di cognizione che, come ti ho già illustrato nel precedente articolo, è piuttosto lungo e scandito da diverse e rigide fasi.

Così come chiarito dal Tribunale Civile di Roma, con il Protocollo sul procedimento sommario di cognizione del 2010, la “sommarietà” riguarda sostanzialmente la fase istruttoria della causa, che diventa semplificata e deformalizzata.

Infatti, rispetto alle rigide forme con cui vengono acquisite le prove nel processo ordinario di cognizione, nell’ambito del Procedimento sommario di cognizione il Giudice, con maggiore potere di direzione, può acquisire le prove nel modo che ritiene più opportuno, in modo semplificato e celere, ma sempre nel rispetto del contraddittorio delle parti si intende.

Bisogna chiarire però una cosa. Se è vero che qualunque controversia, indipendentemente dal suo valore, può essere risolta attraverso il procedimento in commento, è altrettanto vero che tale procedimento si adatta solamente a quelle cause che non necessitano di una fase istruttoria complessa e articolata.

La sommarietà della fase istruttoria non si valuta, infatti, con riferimento all’oggetto della domanda, quanto, piuttosto, in relazione alle prove necessarie per la decisione, sulla base delle difese assunte dalle parti.

Il procedimento sommario di cognizione può essere, quindi, utilizzato nei casi in cui:

  • la decisione dipende sostanzialmente dalla soluzione di questioni di diritto;
  • i fatti di causa non sono oggetto di contestazione;
  • la causa è documentale (cioè le prove necessarie per la decisione sono rappresentate da documenti già in possesso del danneggiato);
  • la prova può essere raggiunta mediante presunzioni;
  • l’attività istruttoria può esaurirsi in tempi brevi (prove testimoniali con pochi capitoli e pochi testimoni);
  • la consulenza tecnica d’ufficio, se necessaria, non deve apparire lunga, né complessa.

Sempre parlando di pratica, detto brevemente, il procedimento funziona così:

  • la domanda si introduce con il deposito del ricorso in Tribunale;
  • il Giudice, designato dal Presidente del Tribunale, fissa con decreto l’udienza di comparizione ed assegna al convenuto il termine per la sua costituzione;
  • l’attore provvede alla notifica del ricorso e del decreto entro il termine di trenta giorni dalla data fissata per la costituzione del convenuto;
  • il convenuto si costituisce in giudizio depositando la comparsa di risposta presso la cancelleria, entro il termine fissato dal giudice.

Il procedimento sommario di cognizione può concludersi in tre modi:

  • con una ordinanza non impugnabile in rito, qualora venga accertata l’assenza di uno dei presupposti specifici per vedere esaminata la domanda nelle forme del sommario;
  • con un’ordinanza che, decidendo il merito della controversia, accoglie o respinge il ricorso del danneggiato.
  • con una ordinanza con cui il Giudice, qualora ritenga che l’istruzione della causa sia lunga e complessa e quindi non idonea ad essere trattata col rito sommaria, ordina il mutamento del procedimento da sommario ad ordinario.

Se i primi due punti sono piuttosto chiari, il terzo merita di essere approfondito.

Ti ho detto sopra che il procedimento sommario di cognizione si adatta solamente a quelle cause che non necessitano di una fase istruttoria complessa e articolata.

Il Giudice, quindi, in prima udienza, valuterà se, nel caso concreto, la causa appare semplice sul piano istruttorio oppure richiede accertamenti complessi, numerosi o comunque di lunga indagine.

Solo se la causa si presta ad essere decisa sommariamente il Giudice andrà avanti con la procedura in esame.

Se, invece, la causa non appare semplice sul piano istruttorio il Giudice muterà il procedimento facendolo proseguire nelle forme ordinarie.

Se nella teoria sembra facile la soluzione, nella pratica giudiziaria le cose sono un po’ diverse. Infatti, a ben vedere, il Giudice conserva un certo potere discrezionale nello stabilire se proseguire il procedimento sommario oppure convertirlo in ordinario e questo perché, come purtroppo accade, il legislatore non ha esplicitato i criteri necessari ad orientare le scelte del Giudice.

A questo punto ti starai, forse, domandando come possono tornarti utili le informazioni che ti ho dato. E io ti rispondo, sono qui per questo.

Ebbene, nell’ambito della responsabilità sanitaria e medica, salvi casi particolari, tutta la fase istruttoria si risolve sostanzialmente con il ricorso alla consulenza tecnica. Allora, perché fare tutto un giudizio ordinario, lungo e ricco di fasi, se a me interessa avere solamente una consulenza tecnica, cioè l’unica prova che serve al Giudice per stabilire se c’è o meno la responsabilità della struttura sanitaria o del medico?

Ma attenzione, ti ripeto, il procedimento sommario di cognizione si adatta solamente a quelle cause che non necessitano di una fase istruttoria complessa e articolata. Quindi anche la consulenza tecnica non deve apparire lunga e complessa.

Ecco che quando ricevo una persona che mi riferisce di aver subito un danno, oltre agli accertamenti medico legali preliminari, poi mi pongo sempre la seguente domanda: la causa può essere istruita in modo sommario o ha bisogno di una istruzione più lunga e complessa?

Se devi essere risarcito e vuoi essere risarcito velocemente, allora presentami il tuo caso.

Alla prossima…

Velocizzare il risarcimento danni: la consulenza tecnica preventiva

Hai subito un danno e devi essere risarcito ma sei sfiduciato perché i tempi della giustizia sono biblici? Scopri, in questo articolo, il primo dei due strumenti che può velocizzare il tuo risarcimento.

È vero, i tempi della giustizia sono lunghissimi. Considera che il Consiglio Nazionale Forense a gennaio del 2014 ha rilevato che negli ultimi 7 anni la durata media dei processi ordinari in primo e secondo grado è aumentata di circa 2 anni (da 5,7 anni nel 2005 a 7,4 nel 2011). E la tendenza è quella di un continuo aumento.

Non solo. Anche i costi di accesso alla giustizia (il cosiddetto Contributo Unificato, una sorta di marca da bollo acquistabile in tabaccheria) sono lievitati del 55,62% per il primo grado, del 119,15% in appello e del 182,67% in Cassazione.

Intraprendere oggi una causa “ordinaria” per ottenere il risarcimento di un danno vuol dire dover attendere parecchio tempo e spendere più soldi.

È necessario, quindi, che noi avvocati troviamo il modo di aggirare le inefficienze e le lungaggini del sistema giudiziario e utilizziamo degli strumenti alternativi che consentono ai nostri assistiti di ottenere un buon risultato in tempi più rapidi.

L’avvocato attento, che ha girato e rigirato le pagine del codice di procedura civile, sa che, nell’ambito della responsabilità sanitaria, può utilizzare due strumenti che fanno proprio al caso suo e dei suoi clienti; due procedimenti “speciali” che per loro natura e struttura possono far risparmiare moltissimo tempo e anche denaro.

Il primo strumento prende il nome di “Consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite” ed è disciplinato sostanzialmente dall’art. 696-bis del codice di procedura civile.

Il secondo strumento prende il nome di “Procedimento sommario di cognizione” ed è disciplinato dall’art. 702-bis e seguenti del codice di procedura civile.

In questo articolo ti parlerò solo del primo.

Hai letto le statistiche che ti ho riportato sopra, quindi hai preso consapevolezza di quanto sono lunghi mediamente i processi giudiziari.

Ora, per farti comprendere come l’istituto processuale, di cui ti parlerò a momenti, può rappresentare una notevole chiave di svolta per il danneggiato in termini di effettività e velocità del risarcimento, è necessario che io faccia un breve cenno a come è strutturato un normale processo.

Ebbene, un processo si instaura normalmente con la notifica, da parte del danneggiato, di un atto di citazione alla parte danneggiante.

La prima udienza viene fissata non prima di 90 giorni dalla notifica e a questa udienza le parti generalmente richiedono al Giudice dei termini per poter scrivere ulteriori memorie difensive e indicare i mezzi di prova di cui intendono avvalersi (generalmente tali mezzi di prova sono: l’interrogatorio della controparte, la testimonianza di persone informate dei fatti e la consulenza tecnica).

Viene quindi fissata una seconda udienza affinché il Giudice decida quali mezzi di prova ammettere tra quelli richiesti dalle parti.

La causa viene quindi rinviata ad una terza udienza per acquisire i predetti mezzi di prova: si ascolteranno, quindi, i testimoni (in una unica udienza se non sono troppi) e verrà incaricato un consulente per fare una relazione tecnica sui fatti di causa (generalmente il consulente da quando assume l’incarico impiega dai 90 ai 120 giorni per il deposito della relazione).

Una volta terminata la fase istruttoria (quella di acquisizione delle prove) la causa sarà rinviata ancora per la precisazione delle conclusioni e quindi trattenuta dal Giudice in decisione con ulteriori termini complessivi di 80 giorni per dare la possibilità agli avvocati di scrivere le ultime due comparse difensive.

Infine, il Giudice emetterà la sentenza.

Sappi che, mediamente, ogni volta che una causa viene rinviata alla successiva udienza trascorrono non meno di 4/6 mesi!

Questo è l’iter classico, semplificato al massimo e senza “intoppi”. Quindi hai capito che per avere la sentenza si va da un anno e mezzo ai tre anni buoni!

Ecco, quindi, che lo strumento della consulenza tecnica preventiva può rivelarsi una chiave di svolta per il danneggiato.

La consulenza tecnica preventiva, introdotta con la riforma del processo civile del 2006, è stata concepita come un meccanismo processuale conciliativo che si inserisce nell’ambito del sistema delle c.d. ADR (Alternative Dispute Resolution – Risoluzione Alternativa delle Controversie), idonea, secondo l’intento del Legislatore, a ridurre il carico delle cause giudiziarie e a permettere una più rapida risoluzioni dei conflitti tra le parti litiganti.

Questo strumento si basa sulla constatazione che nella concreta realtà dei processi, le parti litigano essenzialmente per questioni di fatto, per cui una volta che il fatto controverso è accertato, è possibile raggiungere una soluzione conciliativa della lite sulla quantificazione degli importi.

Nell’ambito della responsabilità sanitaria e medica, eccettuate ipotesi di danni particolari, il fatto controverso riguarda sempre la condotta del medico e, quindi, una volta accertato se vi sia stata violazione della diligenza ovvero se il medico versa in colpa (leggi qui), è molto probabile che le parti possano conciliare la lite senza instaurare un giudizio ordinario vero e proprio (con tutte le fasi e rinvii che ti ho descritto sopra).

Bisogna inoltre sottolineare che, nell’ambito della responsabilità sanitaria e medica, salvi casi particolari, tutta la fase istruttoria si risolve sostanzialmente con il ricorso alla consulenza tecnica.

Allora, perché fare tutto un giudizio ordinario per ottenere la stessa consulenza tecnica che può essere ottenuta prima di cominciare la lite?

Il procedimento viene introdotto con un ricorso depositato nella cancelleria del giudice competente, il quale fisserà subito l’udienza di conferimento dell’incarico al consulente nominato.

Il compito del consulente sarà quello di rispondere ai quesiti posti dal Giudice, di redigere una apposita relazione e di “tentare ove possibile, la conciliazione della lite”.

Quanto dura questo procedimento? 6 mesi circa, un bel risparmio di tempo, non credi? Ah, e costa la metà!

All’esito del lavoro “conciliativo” del consulente tecnico, possono prospettarsi sostanzialmente tre scenari:

  • il consulente nominato dal Giudice ritiene che vi sia responsabilità della struttura oppure del medico. La struttura o il medico, quindi, avendo la certezza che in un futuro giudizio perderanno la causa, saranno verosimilmente indotti a conciliare la lite. Trovato, quindi, l’accordo tra le parti, il giudice conferisce ufficiosità all’accordo raggiunto ed il verbale di conciliazione vale come titolo esecutivo, per l’eventuale esecuzione forzata, il tutto con il beneficio dell’esenzione dall’imposta di registro che normalmente si paga sui provvedimenti giudiziari;
  • il consulente nominato dal Giudice ritiene che NON vi sia responsabilità della struttura oppure del medico. Sarà a questo punto il presunto danneggiato ad evitare di instaurare una causa ordinaria sapendo che perderà;
  • può darsi anche il caso che, seppure il consulente nominato dal Giudice ha riscontrato la responsabilità della struttura oppure del medico, questi comunque non intendano conciliare la lite spontaneamente.

Per i primi due casi nulla da osservare, sono chiari.

Sul terzo caso, immagino starai pensando:

“scusi avvocato, ho fatto ricorso a questo strumento processuale, ho ottenuto velocemente una relazione che ha riscontrato la responsabilità della struttura oppure del medico, i responsabili non vogliono comunque risarcire i danni, e ora che ci faccio con la relazione?”

Il bello è che questa relazione non è stata fatta invano, infatti qualora la conciliazione non riesce, potrai richiedere al Giudice che la relazione depositata dal consulente sia acquisita agli atti del successivo giudizio di merito.

Ti sarai quindi, in ogni caso, già precostituito il mezzo di prova necessario al Giudice per decidere la causa, con notevole risparmio di tempo sui tempi classici.

Ma a ben guardare c’è anche un’altra alternativa.

Chi ti ha detto che devi per forza ricorrere ad un processo “normale” e non puoi intraprendere un giudizio speciale, più rapido? … ma di questo secondo strumento processuale te ne parlerò in un altro articolo.

Osservazioni conclusive

Hai compreso quanto lunghi siano i processi in Italia e quanto sia importante avere dalla propria parte un avvocato che sappia utilizzare tutti gli strumenti messi a disposizione dal sistema per farti conseguire in modo più veloce il risarcimento del danno subito.

Sappi anche che è necessario che l’avvocato studi bene il caso per capire se lo strumento della Consulenza tecnica preventiva può essere utilizzato con profitto. Talvolta, infatti, date le particolarità del caso concreto, l’unica strada profittevole è quella di agire con un processo ordinario.

Se sei stato vittima di un caso di malasanità, presentami il tuo caso ed ottieni velocemente il risarcimento che ti spetta. Alla prossima.

Errore medico: come si valuta

Non sei guarito o magari le tue condizioni sono addirittura peggiorate? Vuoi sapere se il medico curante è stato colpevolmente inadempiente e se puoi chiedere il risarcimento dei danni? Continua a leggere, tra alcuni minuti tutto ti sarà più chiaro.

Come è noto, il medico ha il dovere di curare il malato nel modo migliore possibile, utilizzando le conoscenze e le tecniche più aggiornate ed adeguate al caso clinico che gli si presenta.

Purtroppo però, non sempre il risultato sperato dal paziente viene raggiunto.

Quindi è lecito domandarsi come regolarsi quando il risultato della guarigione non si è verificato oppure quando la patologia di cui si chiedeva la cura si è aggravata oppure, ancora, quando, in conseguenza delle cure ricevute, si è addirittura verificata l’insorgenza di una nuova patologia.

La risposta a queste domande è chiaramente complessa e non univoca. Ma possiamo intanto partire con la soluzione di massima che offre la Corte di Cassazione, la quale ha precisato che l’inadempimento del medico e la sua conseguente responsabilità per i danni causati al paziente non può essere desunto solamente dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal paziente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale (Cass. Civ., n° 23918/06 e n° 8826/2007).

Cosa vuol dire? Quando la Corte parla di “doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale”, ci dice che per poter ritenere inadempiente ed in colpa il medico bisogna innanzitutto valutare se egli ha agito o meno in modo diligente.

Se è vero che al paziente non può essere sempre garantito il risultato della guarigione, è anche vero che al paziente va sempre e comunque garantito un diverso risultato, cioè il fatto che il medico adotti un comportamento diligente; che egli, nell’esecuzione della prestazione medica, metta in campo tutte le sue conoscenze, le sue capacità, la sua esperienza e la sua attenzione per tentare di guarire il paziente.

Il concetto di diligenza è previsto, con riferimento alla professione medica, dall’art. 1176, secondo comma, codice civile il quale recita: “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”.

Ma che cosa è, praticamente, la diligenza?

Devi pensare alla diligenza come ad un metro di misura oggettivo del comportamento che deve essere tenuto dal medico; una sorta di modello ideale di comportamento che egli deve seguire.

Cerco di essere più chiaro con un esempio. Immaginiamo come dovrebbe essere, quali caratteristiche dovrebbe avere, il medico chirurgo ideale: dovrebbe essere tecnicamente capace, dovrebbe tenersi aggiornato sulle novità in tema diagnostico, terapeutico e di tecnica chirurgica, frequentando convegni e studiando le ricerche più recenti, dovrebbe conoscere le regole dell’arte medica generali e specifiche della propria specializzazione, dovrebbe conoscere le linee guida e i protocolli medici, dovrebbe essere attento, scrupoloso e coscienzioso.

Ebbene, il medico è diligente se corrisponde a tutte le caratteristiche sopra elencate.

Si deve precisare che il parametro della diligenza non è però fisso e invariabile, ma deve invece essere valutato in concreto in base alla tipologia e alla specializzazione del medico di volta in volta considerato.

La diligenza richiesta ad un medico generico sarà, infatti, diversa e minore rispetto a quella richiesta ad un medico specialista. E ancora, poiché esistono diverse specializzazioni mediche, la diligenza richiesta al medico chirurgo sarà diversa da quella richiesta al medico radiologo oppure al medico odontoiatra etc.. Per ognuno di essi ci sarà uno standard specifico di diligenza collegato allo specifico settore di competenza. Esisterà, quindi, il modello di chirurgo ideale, di oculista ideale, di urologo ideale, di ginecologo ideale etc etc..

Magari ora starai pensando che la spiegazione che ti ho dato è piuttosto vaga. Ti starai domando “ma esistono degli indici per capire se il medico si è comportato diligentemente oppure se il suo comportamento è inadempiente e in colpa?

Cerchiamo di restringere il campo. A tal fine, è utile fare ricorso agli indici della colpa utilizzati nel diritto penale che sono: negligenza, imprudenza e imperizia.

  • Negligenza: consiste nella trascuratezza, disattenzione, dimenticanza, svogliatezza, superficialità cioè comportamenti passivi che si traducono in una omissione di determinate precauzioni;
  • Imprudenza: consiste in avventatezza, ingiustificata fretta o ritardo, mancata adozione o violazione di cautele indicate dalla comune prudenza, insufficiente ponderazione delle proprie capacità;
  • Imperizia: consiste in una preparazione insufficiente, in assenza del livello minimo di cognizione tecnica, cultura, esperienza e capacità professionale indispensabili per l’esercizio della professione medica.

Quando il comportamento del medico è connotato da uno o più di questi indici allora si potrà affermare con certezza che il medico versa in colpa e, quindi, è stato inadempiente. L’accertamento dell’inadempimento ti darà la certezza di poter ottenere il risarcimento dei danni.

Immagino, a questo punto, ti starai domando “avvocato, ma allora se il medico ha svolto la propria attività professionale in modo diligente e senza indici di colpa non può considerarsi mai inadempiente e colpevole, anche se io non ho conseguito il risultato sperato?”.

La risposta non è così netta e scontata. Devi sapere che c’è ancora una precisazione da fare. Le prestazioni mediche si possono suddividere in:

  • prestazioni di facile esecuzione: quelle cioè che non richiedono una particolare abilità, essendo sufficiente una preparazione professionale ordinaria; che sono caratterizzate da un minimo rischio di esito negativo. Tali prestazioni vengono anche definite di routine;
  • prestazioni di difficile esecuzione: quelle che implicano la soluzione di problemi tecnici nuovi o di speciale difficoltà; che richiedono notevole abilità; che implicano un largo margine di rischio perchè coinvolgono casi clinici non ancora adeguatamente studiati o sperimentati oppure perchè sono state fatte oggetto di sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirurgica diversi e incompatibili tra loro.

Orbene, i progressi della scienza medica sono tali che oggigiorno, per certe patologie, l’applicazione delle regole dell’arte medica garantisce il risultato.

Per le prestazioni di facile esecuzione il risultato della guarigione clinica deve oggi ritenersi garantito, fatta salva solamente l’ipotesi di sopravvenienza di “complicanze” imprevedibili.

Quindi, rispondo alla tua domanda. Il medico deve ritenersi inadempiente se, nell’ambito di una prestazione di facile esecuzione ovvero routinaria, il risultato non è stato raggiunto perché ciò implica la violazione ovvero il mancato rispetto delle regole dell’arte medica, fatta salva solamente l’ipotesi di sopravvenienza di “complicanze” imprevedibili.

Per le prestazioni di difficile esecuzione, il discorso è più articolato. Proprio perché si tratta di prestazioni di speciale difficoltà, la legge prevede, all’art. 2236 codice civile, che il medico risponde dei danni solamente nei casi di imperizia caratterizzati da dolo o colpa grave. Quindi la responsabilità è esclusa nei casi di imperizia caratterizzata da colpa lieve. Il medico, inoltre, risponderà sempre nei casi di negligenza e imprudenza, valendo la regola dell’art. 1176, comma secondo, codice civile.

Come può esserti di aiuto questo articolo? Alcune considerazioni pratiche conclusive.

Oggi hai capito che, prima di intentare una causa nei confronti del medico o della struttura sanitaria, vanno fatte alcune valutazioni preliminari (valutazioni preliminari che ovviamente io utilizzo nella mia lunga checklist di analisi dei casi):

  • la prima valutazione: chiarire se il medico ha usato o meno la diligenza a lui richiesta nel caso di specie; se ha rispettato le regole dell’arte medica e se non sia incorso in ipotesi di imperizia, negligenza e imprudenza.
  • la seconda valutazione: chiarire se la prestazione sanitaria svolta dal medico deve considerarsi di facile o di difficile esecuzione; abbiamo chiarito come la responsabilità del medico cambia a seconda che si tratti di una o dell’altra categoria.
  • la terza valutazione: (questa per la verità l’ho solamente introdotta quando ho parlato delle prestazioni di facile esecuzione, a breve ne farò un articolo completo) chiarire se la eventuale “complicanza” insorta successivamente alla prestazione medica può considerarsi imprevedibile oppure no.

Se hai bisogno di una guida qualificata e vuoi sottopormi il tuo caso, contattami!

Danno alla capacità lavorativa e (eventuale) riduzione della capacità di guadagno

Se sei stato vittima di un caso di malasanità che ha danneggiato anche la tua attività lavorativa, in questo articolo potrai capire se e come ottenere il giusto risarcimento.

Cominciamo con la definizione. La capacità lavorativa specifica può essere definita come la capacità di un soggetto di svolgere una specifica attività lavorativa (quella di fatto esercitata al momento della lesione oppure quella che si era in procinto di svolgere) produttiva di reddito.
Dal momento che si riferisce all’ambito reddituale, il danno alla capacità lavorativa specifica va collocata tra i danni risarcibili di tipo patrimoniale, in particolare nel cosiddetto danno da “lucro cessante”, consistendo, infatti, essa in un mancato guadagno (leggi questo articolo introduttivo al tema dei danni risarcibili per una panoramica di base).

Si può parlare di danno alla capacità lavorativa specifica quando le lesioni fisiche subite dal soggetto vittima di un caso di malasanità hanno reso o renderanno impossibile allo stesso di:

  • proseguire, in tutto o in parte, l’attività lavorativa che egli svolgeva prima delle lesioni subite;
  • consentirgli di iniziare un’attività lavorativa già programmata.

La capacità lavorativa specifica può essere danneggiata in modo:

  • temporaneo: cioè fino a quando le lesioni fisiche non si sono stabilizzate ed il soggetto può tornare a svolgere la propria attività lavorativa (in questo caso si potrebbe avere una riduzione/contrazione del reddito nel periodo intercorrente tra l’insorgere delle lesioni fisiche e la guarigione);
  • permanente: in questo caso le lesioni fisiche riportate dalla vittima sono tali che la capacità, attuale e futura, di produrre reddito viene definitivamente compromessa (in tale ipotesi la compromissione potrà essere totale, cioè una perdita completa della capacità lavorativa, oppure parziale, una perdita parziale della capacità lavorativa).

Il concetto di capacità lavorativa è un concetto di natura medico-legale, sarà, quindi, il Consulente Tecnico (di parte o del Tribunale) a:

  • accertare se le lesioni fisiche subite dal soggetto possono in concreto incidere sulla sua capacità lavorativa e
  • quantificare la percentuale di tale incapacità.

L’indagine volta a valutare la sussistenza di un danno alla capacità lavorativa passa attraverso la messa in relazione dei risultati di due fasi:

1. verifica e descrizione delle menomazioni permanenti conseguenti alle lesioni fisiche subite (es. tipologia della lesione, entità, parte del corpo interessata dalla lesione);

2. descrizione delle caratteristiche dell’attività lavorativa che il soggetto svolgeva in concreto o che era in procinto di svolgere.

Ok, chiarito in cosa consiste la capacità lavorativa specifica e come viene accertata e quantificata la sua lesione, dobbiamo ora considerare se e in quali casi tale lesione possa comportare anche una effettiva lesione della capacità di guadagno.

Ho intitolato questo articolo… “danno alla capacità lavorativa e (eventuale) riduzione della capacità di guadagno” … non a caso.
Capacità lavorativa e capacità di guadagno sono concetti connessi ma distinti.

Se la capacità lavorativa consiste nell’astratta capacità del soggetto a svolgere un’attività lavorativa, la capacità di guadagno si riferisce alla concreta capacità del soggetto di produrre reddito mediante un’attività lavorativa.
La sussistenza di una lesione della capacità lavorativa specifica costituisce sempre il necessario presupposto della lesione della capacità di guadagno. Tuttavia, l‘accertamento della lesione della capacità lavorativa specifica non comporta automaticamente il risarcimento della riduzione della capacità di guadagno.

La lesione alla capacità di guadagno deve sempre essere dimostrata in modo che il Giudice possa disporre il risarcimento dei danni. Può darsi, infatti, il caso che nonostante vi sia stata una lesione della capacità lavorativa, la capacità del soggetto di produrre reddito non sia stata alterata. In questo caso non si avrà diritto ad alcun risarcimento.

II concetto di capacità di guadagno è un concetto giuridico e sarà il Giudice ad accertare se tale lesione ricorre nel caso concreto, se cioè concretamente vi è stata o vi sarà in futuro una riduzione o perdita della possibilità di produrre reddito conseguente all’incapacità lavorativa.
Il soggetto danneggiato per ottenere tale risarcimento dovrà sempre fornire prove concrete e adeguate ai sensi degli artt. 1223 e 2697 codice civile (Cass. Civ., n° 2758/2015; n° 25211/2014; n° 15238/2014; n° 6341/2014; n° 3290/2013; n° 2644/2013; n° 18866/2008).
Il ricorso alle presunzioni, infatti, copre solamente il profilo del cosiddetto an debeatur e cioè l‘accertamento sull’esistenza del danno, mentre ai fini del cosiddetto quantum debeatur, cioè della effettiva quantificazione e liquidazione del danno, è necessario sempre fornire la prova, essendo escluso che il Giudice possa ricorrere ad una valutazione di tipo equitativo ai sensi dell’art. 1226 codice civile (Cass. Civ., n° 11361/2014).

[NB: piccolo suggerimento pratico per far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta: è interessante notare che laddove il soggetto danneggiato non riuscisse a dimostrare un effettivo danno patrimoniale derivante dalla lesione della capacità lavorativa specifica, sarà sempre possibile richiedere il diverso risarcimento del danno non patrimoniale denominato “lesione della cenestesi lavorativa” (consistente nella maggiore usura, fatica e difficoltà incontrate nello svolgimento dell’attività lavorativa che, pur non incidenti sul reddito della persona offesa, comportino un maggior sforzo per compiere le stesse attività svolte prima del sinistro o quelle prevedibili per il futuro) che pure trova un aggancio nella compromessa capacità lavorativa!]

Un‘ultima questione merita di essere presa in esame e cioè il risarcimento della lesione della capacità di lavoro specifica temporanea del lavoratore dipendente.
Contrariamente a quanto accade al lavoratore autonomo, di norma il danno per la lesione della capacità di lavoro specifica temporanea non spetta al lavoratore dipendente per il fatto che egli già gode della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni oppure di quella dettata dall’art. 2110 codice civile.

Tuttavia vi sono casi in cui anche il lavoratore dipendente può ottenere il risarcimento di tale voce di danno:

  • quando l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni non copre il 100% del danno;
  • quando l’assenza dal lavoro comporta la rinuncia ad utilità aggiuntive alla retribuzione base (es. gettoni di presenza, premi produttività, indennità per trasferte, retribuzioni per lavoro straordinario, tredicesima mensilità, compensi in natura, mance);
  • quando a causa del lungo protrarsi delle lesioni (oltre il cosiddetto periodo di comporto) il lavoratore viene licenziato.

CONSIGLI PRATICI

Laddove il soggetto danneggiato abbia subito un danno alla capacità lavorativa specifica (accertata già prima dell’eventuale giudizio dal proprio consulente medico-legale di parte), per poter ottenere il risarcimento della lesione della capacità di guadagno (solo se effettiva) sarà di grande importanza osservare alcune accortezze nell’attività preparatoria e istruttoria:

  • nella lettera di richiesta di risarcimento dei danni (e poi nell’eventuale citazione in giudizio) si dovrà chiaramente rappresentare e dimostrare l’attività lavorativa svolta dal danneggiato e le mansioni concretamente svolte o l’attività che si era in procinto di svolgere (diplomi, titolo di studio, contratto di lavoro, proposte di lavoro, business plan e attività strumentali finalizzate all’avvio di una futura attività lavorativa);
  • si deve raccogliere e valutare tutta la documentazione (es. CUD, buste paga, fatture, libri contabili) attestante la situazione reddituale precedente e successiva alla lesione subita al fine di dimostrare l’effettiva contrazione temporanea oppure la riduzione o la perdita della capacità di guadagno. Il periodo di osservazione dovrebbe essere di almeno 6/12 mesi prima e dopo l’evento lesivo;
  • nei casi più complessi potrebbe essere utile coinvolgere un consulente del lavoro per l’esame e la valutazione dei predetti documenti reddituali.

PS Per ogni eventuale chiarimento o per sottopormi il tuo caso non esitare a contattarmi. Alla prossima.