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Diagnosi errata, omessa o ritardata e risarcimento del danno

Se la diagnosi della tua malattia è stata errata, omessa o ritardata e ciò ha comportato un aggravamento delle tue condizioni di salute e un peggioramento della qualità della tua vita, allora hai diritto ad un giusto risarcimento.

Teoricamente fare una diagnosi medica è un’operazione strutturata in modo semplice: si comincia con la raccolta delle informazioni dal paziente, si prosegue con l’identificazione dei sintomi e delle cause della malattia che si sta cercando di individuare e si conclude con la vera e propria diagnosi, cioè l’individuazione della malattia precisa.

All’atto pratico, però, può risultare un’operazione complessa. Nella realtà dei casi clinici, infatti, i sintomi che i pazienti riferiscono sono generalmente pochi e generici e proprio per questo possono corrispondere a molte malattie. Inoltre, la riuscita dell’operazione può essere condizionata da diverse situazioni: si pensi al caso in cui il paziente presenta pochissimi sintomi; quando non riferisce un sintomo invece importante; quando ha poco prima assunto un farmaco che falsa il quadro clinico; quando il paziente non è conosciuto personalmente dal medico che deve porre la diagnosi e che ne conosce quindi la storia clinica; quando si interviene in urgenza o emergenza.

Se è vero che in alcuni casi fare una diagnosi è, dunque, un’operazione complessa, ciò non giustifica i sanitari che omettono, ritardano oppure sbagliano la diagnosi.

Ma come dovrebbe fare il medico per porre una diagnosi corretta, individuare cioè la malattia che affligge il paziente?

Permettimi un paragone…. Hai presente quel vecchio gioco da tavolo che facevano i bambini chiamato “Indovina chi?”.

Si giocava in due, uno contro l’altro, ciascuno dei giocatori aveva una specie di tabella con 24 figurine rappresentanti delle persone con determinate caratteristiche fisiche. Poi entrambi i giocatori sceglievano una figurina senza farla vedere all’avversario. Lo scopo del gioco era quello di indovinare la figurina posseduta dall’avversario, andando per esclusione, facendo domande tali da eliminare i personaggi che non possedevano le caratteristiche fisiche domandate.

Ebbene – senza banalizzare un’operazione che come si è detto è molto complessa e delicata e con il massimo rispetto per il delicato lavoro di questa categoria professionale – l’operazione che fa il medico è la stessa. Il medico per giungere ad una corretta individuazione della malattia procederà per esclusione, partendo dall’esame diretto sul paziente e disponendo i necessari approfondimenti diagnostici strumentali: analisi di laboratorio o immagini diagnostiche.

Con i dati raccolti egli potrà eliminare via via le ipotesi alternative che inizialmente può aver formulato finché non rimarrà solo una diagnosi: quella che, si spera, sia quella giusta! Questa operazione viene definita diagnosi differenziale.

Il medico potrà interrompere l’indagine su una patologia alternativa quando avrà raggiunto la certezza che la patologia medesima possa essere esclusa (cfr. Cass. Pen., n. 13076/2010) in base alle conoscenze dell’arte medica esigibili dal medico (cfr. Cass. Pen., n. 6215/2009).

Ma perché ti sto dicendo tutte queste cose sull’operazione diagnostica?

Perché devi considerare che la diagnosi non è un’operazione e un risultato fine a sé stesso, ma è a sua volta finalizzata ad una terapia idonea alla cura del paziente. Le terapie possono essere farmacologiche, chirurgiche, preventive, supportive, riabilitative e palliative.

È evidente che se vi è stato a monte una omissione, un ritardo o un errore diagnostico, allora è ben possibile che la terapia prescritta possa essere inutile o addirittura dannosa per il paziente.

I casi di responsabilità medica e sanitaria, in relazione all’operazione diagnostica, possono quindi essere riassunti nelle seguenti ipotesi:

  • casi di diagnosi omessa (in cui la patologia non viene proprio individuata o comunque non viene esplicitata);
  • casi di diagnosi errata (in cui la diagnosi viene espressa ma è errata) e
  • casi di diagnosi ritardata (in cui la diagnosi corretta viene posta ma in grave ritardo).

In tutti questi casi (es. non sono stati riconosciuti i sintomi di una malattia, non è stato effettuato il necessario approfondimento diagnostico, mediante esami, che il caso avrebbe richiesto, i dati degli esami acquisiti non vengono interpretati correttamente) i sanitari potrebbero non aver posto in diagnosi differenziale la malattia che costituiva la causa del quadro clinico e quindi la diagnosi corretta è sfuggita. E in questo consiste la colpa del medico.

Un’ultima riflessione.

Le ipotesi in cui l’omessa o tardiva diagnosi sono più diffuse riguardano, purtroppo, le malattie tumorali.

In tali ipotesi la Suprema Corte di Cassazione ha più volte stabilito che in caso di omissione o grave ritardo della diagnosi di una malattia terminale deve essere risarcita al paziente (oppure ai suoi familiari in caso di morte) la perdita della chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (cfr. Cass. Civ., n. 23846/2008; n. 16014/2009; n. 7195/2014) oppure, ancora, la perdita della possibilità di scegliere “cosa fare” per fruire della salute residua fino all’esito infausto.

Se pensi di aver subito un danno per colpa di una diagnosi omessa, ritardata oppure sbagliata, allora contattami per una valutazione gratuita del tuo caso e se scopri di aver diritto ad un risarcimento la procedura di risarcimento è senza costi e senza anticipi!

A presto

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